#OneDayOneChampion: Novak Djokovic e Jelena Gencic: la nascita di un mito tra bombe e strozzini

djokovic-07-2012Il 4 gennaio si chiuderanno le votazioni per eleggere i migliori sportivi del 2015 su Eurosport: accompagniamo l'attesa raccontandovi alcuni aneddoti particolari relativi agli atleti che ci hanno emozionato di più nell'ultimo anno. Oggi tocca a Novak Djokovic, numero 1 incontrastato del tennis mondiale, scopriamo com'è nato il mito del fenomeo serbo tra bombe prestiti richiesti agli strozzini

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Oggi lo conoscete come il numero 1 assoluto del tennis mondiale. Domina le classifiche, vince i tornei, vive a Monte Carlo e si allena al Country Club, dove la cornice è di una tale perfezione da sembrare ancora una di quelle pubblicità anni ’80 del Principato nel suo massimo splendore. Eppure la sua vita non è sempre stata come quella dello Yuppie iscritto al MCCC. Anzi, negli anni dello yuppismo dilagante e della Costa Azzurra mito dei film dei Vanzina, Novak Djokovic cresceva sotto le bombe. Bombe vere, quelle di una guerra nell’ex Yugoslavia post-Tito che prima era venuta giù come un castello di sabbia e che poi, tra le sue macerie, aveva lasciato convivenze impossibili tra popoli, religioni e culture completamente diverse. Chi riuscì scappò prima, magari in quelle Canada o Australia che oggi sforano squadre di Davis dai cognomi balcanici; chi invece no, come la famiglia Djokovic, restò… e quel conflitto se lo visse tutto.

Come tutti gli atleti della sua generazione provenienti da quella parte di mondo, Novak Djokovic ha conosciuto quindi anche l’altro lato dello sport. Quello del divertimento per non dover pensare ad altro; quello della fuga dalla realtà perché la realtà è distruzione e morte; quello della speranza di trovare lì dentro, nel tennis, una risposta a tutti i problemi. Speranza trasformata in realtà da Djokovic, ma che non sarebbe probabilmente diventata tale senza una storia terribilmente serba: fatta di coincidenze, tanto talento, una quantità infinita di sacrifici e, naturalmente, una figura di spicco. Tutto ha inizio nel 1992. Srdjan e Dijana Djokovic gestiscono un ristorante/pensione nella cittadina di montagna di Kapaonik e il piccolo Novak scorrazza in giro come spesso fanno i bambini di 5 anni. A poca distanza da casa sua degli uomini stanno costruendo qualcosa, ed è alla domanda “cosa” che Djokovic sente per la prima volta nella sua vita le parole “campi da tennis”. Arriva l’estate e nei 3 campi costruiti con i pochi fondi di un Paese in rovina da tempo, da Belgrado arriva il camp di una ex campionessa di pallamano ora maestra di tennis: il suo nome è Jelena Gencic.

Il buon Novak, ogni giorno, si attacca alla rete metallica per infilarci mani e naso e guardare quei bambini, quasi tutti più grandi di lui, che si allenano. Finché un giorno, Jelena, si avvicina al piccolo Nole e gli chiede se non voglia unirsi a loro. Risposta affermativa. Il mattino seguente Djokovic si presenta con una borsa contenente: racchetta, asciugamano, una bottiglia d’acqua, una banana, due magliette di ricambio e una fascia per il sudore. Nel vederlo arrivare, Jelena Gencic dice: «Tua madre ti ha preparato bene la borsa eh». Novak, profetico, risponde: «L’ho fatta io. Sono io che voglio giocare a tennis, non mia madre».  

Alla Gencic non serve molto per capire che quello è un bambino speciale. D’altra parte sotto il suo naso era passata anche una certa Monica Seles. Ed è proprio così che Jelena convince i signori Djokovic a far partire Novak per Belgrado: «Ho con me un bambino prodigio. Ho visto questo talento una sola altra volta nella mia vita, ed era Monica Seles. Sono abbastanza sicura che Novak diventerà un campione». Gli anni scorrono ma le bombe della NATO su Belgrado sono ormai a un passo. Durante i bombardamenti Djokovic si nasconde nel seminterrato del condominio col nonno (altra figura chiave della sua infanzia), ma appena questi finiscono, Nole va ad allenarsi con Jelena proprio nei quartieri appena bombardati, nella convinzione – o forse dovremmo dire ‘speranza’ – che le bombe, essendo da lì appena passate, finiscano in altre zone della città.

Insomma, anche negli anni più complicati, Djokovic non smise mai di allenarsi con la sua maestra fino al momento in cui la Gencic decise che era giunto il tempo di compiere un passo decisivo. Lei non aveva più nulla da insegnare al piccolo Nole. Così chiese a Miki Pilic (ex tennista croato) di prendere con sé Djokovic nell’accademia di tennis che gestiva a Oberschleißheim, vicino Monaco, in Baviera. Dei cinquemila marchi al mese di retta però nemmeno l’ombra nelle casse dei Djokovic. Così papà Srdjan iniziò a cercare sponsor che investissero sul talento di suo figlio. Non li trovò, ma si fece prestare denaro con tassi di interesse molto alti, dal 10 al 15%. Insomma, una vera e propria scommessa a cui però, come ‘garanzia’, c’erano le previsioni di Jelena.

Il resto è storia. Vinse Srdjan. Vinse la visione di Jelena Genic. Vinsero il talento e la determinazione di Novak, che nella morte della Genic arrivata proprio durante il Roland Garros 2013, attraverso la voce di mamma Dijana fece arrivare le sue parole al funerale: “Non essere lì e non vederti più mi dà una tristezza senza fine. Eppure so che diventeresti matta se mollassi adesso e rinunciassi alla possibilità di soddisfare un desiderio che è stato mio, tuo, nostro”. Il Roland Garros è l’ultimo slam che ancora manca a Nole… ma la missione di Jelena Gencic, dal 13 settembre del 2004, può certamente dirsi compiuta.

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articolo di Simone Eterno
fonte Eurosport